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Siti archeologici ed edifici storici

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Il Castello di Rosignano Marittimo e l'età medievale


Rosignano Marittimo trae il suo nome da quello della famiglia romana dei Rasinii, che dovette avere ampie proprietà nella zona.

Le più antiche notizie sull’insediamento risalgono all’VIII secolo, quando alcuni documenti citano i possedimenti (una curtis, cioè terreni e case) del vescovo e di altre facoltose famiglie di Lucca. La sola struttura di cui siamo a conoscenza in questa fase è una "sala" - termine longobardo che definisce una casa signorile a due piani - dotata di una vigna, un oliveto e un bosco di sughere.

Alla metà dell’XI secolo risale la prima attestazione del castello, sorto verosimilmente sulle antiche strutture curtensi. La costruzione del castello, in un luogo strategicamente importante per il controllo della costa e del porto di Vada, è da attribuire ai titolari della Marca di Tuscia, Beatrice e Goffredo di Lorena (1053-1069), ma, di fatto, il controllo politico e militare sugli abitanti è frammentato tra innumerevoli famiglie e signori locali, tra cui un ruolo sempre crescente assume l’Arcivescovado Pisano. All’interno di questa signoria ecclesiastica, ebbe comunque modo di svilupparsi una precoce realtà comunale: già nel 1142 abbiamo l’attestazione di consoli a Rosignano.

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Almeno a partire dal XII secolo, Rosignano entra nell’orbita giurisdizionale di Pisa e, nel secolo successivo, diventa capitanìa (circoscrizione amministrativa rurale). Il centro, inizialmente stabilito a Vada, venne ben presto trasferito a Rosignano, con la perdita di importanza dell'antico centro costiero. Qui risiedeva il capitano, funzionario cittadino con competenze militari e giuridiche. Insieme a lui, al castello, vivevano scrivani, notai, famigli, soldati e cafagiari (guardiani dei confini).

La capitanìa di Rosignano e Vada si estendeva, verso Nord, fino al torrente Fortulla e confinava con quella di Portus Pisanus; a Sud, invece, il limite era segnato dal fiume Cecina, oltre il quale si estendevano le capitanìe della Maremma, con i loro castelli eretti in un territorio fortemente degradato, inospitale e pervaso da forti sopravvivenze di potere feudale. Rosignano era l’ultimo caposaldo di un qualche interesse politico ed economico, prima delle desolate lande maremmane. Sulle strutture del castello e del sottostante borgo, le notizie sono assai scarse: sappiamo solo dell’esistenza di una piazza, chiamata Rivolta, della quale, però, non è possibile stabilire l’ubicazione.

Fuori dell’insediamento, nei pressi dell’attuale cimitero, sorse almeno dall’XI secolo, la pieve di S. Giovanni Battista.

L’assetto attuale risale all’epoca lorenese quando il Castello si era ormai trasformato in centro di potere e residenza dei più ricchi ed importanti latifondisti della zona, di cui ancora oggi portano il nome i palazzi che vi sorgono: la Fattoria Arcivescovile, Palazzo Vestrini, Palazzo Marini e Palazzo Bombardieri (sede del Museo Archeologico). Settecentesco è anche l’arco di accesso, accanto al quale si distingue una porta più antica, situata ad un livello più basso dell’attuale e la chiesa, probabilmente edificata su un’edificio preesistente (tracce del quale sono ancora visibili sul fianco occidentale). Non si conserva più alcun tratto delle mura urbane, ma il loro andamento è desumibile dalla forma dell’abitato e dalle torri superstiti: una quadrata, probabilmente risalente all’impianto originario medievale, sul lato meridionale e due torrioni circolari, cinquecenteschi, rispettivamente all’angolo sud-est del circuito e sul fronte occidentale.

 

 

Villa Mirabello a Gabbro

Ricca e scenografica villa, costruita nel 1761 sulla sommità di un poggio che domina la campagna gabbrigiana, a poche centinaia di metri dal centro abitato, costituisce l’unico esempio nel livornese di una tipologia architettonica con chiare ascendenze rinascimentali e confronti con le ville dell’entroterra pisano e lucchese.

L’architettura, “anomala” rispetto al territorio in cui si inserisce, trova una spiegazione nella mentalità dei proprietari, appartenenti all’élite commerciale francese, attratti, nella zona, dalla favorevole congiuntura economica offerta dal porto di Livorno. Originari della Savoia, i Finoyet (che assumeranno il nome di Finocchietti) erano infatti emigrati a Livorno attorno alla metà del XVII secolo. Fu Giovan Pietro di Jacopo Finocchietti nel 1738 ad acquistare ad una pubblica asta i terreni su cui sorgerà la villa.


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Struttura di sobria eleganza la villa è articolata su tre piani. Il fronte è dominato da un’ampia e scenografica scala edificata in puro stile neoclassico che dà accesso all’ampio e luminoso salone centrale, intorno al quale è articolato il piano nobile. Il salone, di cui purtroppo, non è conservato il pavimento, presenta, come le sale che vi si affacciano, pareti ornate da stucchi a motivi floreali e un ricco soffitto ligneo a cassettoni. Sul retro, da cui si accede al parco, è collocata la cappella, con pareti e soffitti decorati da pregevoli affreschi tardo-barocchi.

Al piano terra, caratterizzato da vasti ambienti con soffitto ad archi a stretta crociera, erano collocate le stalle e i magazzini. Al terzo piano infine erano gli ambienti di servizio (cucina, dispense, lavanderia) e gli alloggi della servitù.

 
L’ampio parco sfrutta le terrazze naturali della collina ed è circondato e terrazzato con mura in laterizio, interrotte da accessi sormontati da scenografiche torrette in mattoni. La terrazza su cui affaccia, con un ampio ingresso, il piano nobile della villa conserva ancora, malgrado il degrado, le tracce di quello che dovette costituire, secondo la moda dell’epoca,  un ‘giardino all’italiana’ con impianto rigorosamente geometrico ed essenze esotiche.

Già nella prima metà dell’800 la villa dovette essere poco utilizzata per i soggiorni dei proprietari, se nel 1831 il vescovo, in visita al Gabbro, non poté celebrare messa nella cappella perché priva di arredi sacri.


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Ridotta in condizioni estremamente precarie e degradate, negli anni ’80 del Novecento venne donata al Comune di Rosignano Marittimo. Nel 1992, un contributo di 800 milioni di Lire del Ministero dei Beni Culturali ha consentito la bonifica del piano terreno (in passato adibito ad ovile), il rifacimento completo delle coperture e degli infissi lignei, la reintonacatura esterna, il consolidamento dei solai, il blocco del deterioramento degli affreschi, degli stucchi e dei soffitti lignei a cassettoni.

 

La necropoli di Pian dei Lupi a Nibbiaia

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Il sito di Pian dei Lupi sorge tra Castelnuovo della Misericordia e Nibbiaia.
Gli scavi, condotti dal 2001 al 2005, in seguito ad alcuni rinvenimenti occasionali avvenuti nel corso di lavori agricoli, hanno riportato alla luce oltre 100 tombe, databili tra la fine del IV e gli inizi del I secolo a.C. Le sepolture, ricavate in uno strato di terreno durissimo e compatto, sono quasi esclusivamente tombe a incinerazione del tipo 'a pozzetto', talvolta coperte da una lastra in pietra locale appena sbozzata o da una tegola.
Le tombe, a brevissima distanza tra loro, sembrano raggruppate all'interno di più sistemi grosso modo circolari, che indicano l’appartenenza dei defunti a una sorta di 'clan' gentilizio. L'abitato, che doveva trovarsi in prossimità della necropoli, sorgeva in un luogo che godeva di un'indubbia posizione strategica: da qui, infatti, e dalle alture vicine, era possibile avere un ampio controllo sul mare, dove s'incrociavano le principali rotte marittime, ma anche sorvegliare un vasto tratto dell'immediato entroterra da dove passavano importanti assi viari.

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Si può supporre che l'insediamento di Pian dei Lupi s’inserisse all'interno di un programma d’occupazione del territorio, promosso dalla città di Pisa e motivato da fattori prevalentemente economici, quali il recupero agricolo di terre poco sfruttate e gli interessi commerciali verso gli sbocchi al mare. Contemporaneamente, il centro poteva svolgere funzioni di controllo militare, inserendosi nel sistema difensivo che Pisa crea, sul finire del IV secolo a.C., al confine con il territorio volterrano, e che aveva il suo caposaldo in Castiglioncello.

La qualità e la ricchezza dei corredi, indica l'esistenza di un ceto elevato, o addirittura aristocratico, che traeva la sua ricchezza dall'agricoltura e dal commercio. La presenza nei corredi maschili di numerose anfore vinarie di tipo greco-italico attesta la partecipazione della comunità ai traffici commerciali dell'Italia tirrenica medio e tardo-repubblicana; gli stretti rapporti con Roma sono comprovati dalla presenza di monete esclusivamente romane all'interno delle sepolture. I prodotti d'importazione che spesso fanno parte dei corredi (soprattutto ceramica, ma anche oreficerie e oggetti di bronzo) testimoniano l'esistenza di rapporti commerciali e di scambi che avvenivano per lo più tramite gli approdi costieri.

La città della Solvay

Agli inizi del ‘900, l’industriale belga Ernest Solvay intuì che la bassa Val di Cecina poteva rappresentare il fulcro di un polo per la fabbricazione della soda, per la ricchezza di materie prime (acqua marina per la refrigerazione, sale a Ponteginori, calcare a Rosignano Marittimo e a San Carlo) e per la facilità dei collegamenti alle grandi vie di comunicazione rotabili, ferroviarie e marittime. In un primo momento la scelta era caduta sulla piana di Cecina, ma le innumerevoli difficoltà insorte a causa della diffidenza dei proprietari terrieri lo indussero a ripiegare sull’acquitrinosa e spopolata campagna compresa tra l’abitato di Caletta, a sud di Castiglioncello, e il corso del fiume Fine.

Teatro_SolvayL’acquisto dei terreni si svolse rapidamente: nel 1913, un documento inviato dal Comune di Rosignano alla Camera del Commercio di Pisa decreta la nascita ufficiale della Solvay in Italia. Di lì a poco, l’inizio dell’edificazione di case per gli impiegati e gli operai costituì il primo passo verso una vera e propria “città industriale”, dotata anche di opere sociali per il lavoro, lo svago, la cultura, la salute, lo sport. Anche l’Amministrazione Comunale, all’inizio diffidente per la sottrazione di ampi spazi all’agricoltura, finì per non disdegnare gli eventuali benefici che un intervento di così ampio respiro avrebbe potuto arrecare alla zona.

Nel marzo del 1917, tra le profonde difficoltà degli ultimi mesi di guerra, fu formalmente decretata la nascita dell’agglomerato di Rosignano Solvay, distinto dall’omonimo centro collinare che, in questa occasione, assume nuovamente il cinquecentesco appellativo di Marittimo (ubicato cioè ‘in Maremma’), a sancire il binomio inscindibile tra la Società e il nuovo centro urbano che essa stessa ha creato.

Viale_SolvayLa capillare pianificazione del tessuto urbano di Rosignano Solvay non fu tuttavia un’operazione preordinata: a mano a mano che l'industria necessitava di nuovi spazi, venivano acquistati terreni sul cui utilizzo l'Amministrazione Solvay di Rosignano attendeva direttive da Bruxelles. La Direzione Generale, forse nella persona dello stesso Ernest Solvay, procedeva poi alla pianificazione dei singoli interventi da eseguire sulle nuove zone e inviava a Rosignano gli avant-projets dei singoli edifici.L'uniformità dei lotti posti su una rigorosa griglia ortogonale, gli ampi e curati spazi verdi, i viali alberati che valorizzano prospetticamente gli edifici pubblici, le strade residenziali che garantiscono riservatezza e tranquillità agli abitanti - le cui case, pur nell’ambito dello stesso codice architettonico improntato a modelli nordici, si differenziano sensibilmente per dimensioni e posizione, proiettando all’esterno dell’officina le differenziazioni gerarchiche interne -; tutto ciò concorre a creare l’inconfondibile stile Solvay. L’assenza di precedenti costruzioni ha favorito l’intento della Società di impedire fin dall’inizio una promiscuità casuale fra abitato ed industria: significativa in quest’ottica appare la volontà di mantenere sgombra da abitati, preservandola ai futuri sviluppi dell’industria, la fascia costiera sita a valle del complesso.
 

 

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